Parco di Sigurtà

Graziella De Nardi

San Fior – Ogni libro inizia dalla copertina. La scelta della copertina dovrebbe, a rigore, rappresentare i contenuti del libro ed essere anche accattivante per attrarre il potenziale lettore. Come immagine di copertina Graziella De Nardi ha scelto, anche su consiglio del suo editore, un ramo di corniolo fiorito. Direi che non c’è scelta più azzeccata. Il corniolo, cornoler in dialetto, è una pianta del nostro territorio, dura e resistente, cresce su terreni sassosi e fiorisce in marzo molto prima di tante altre piante. Ha fiori piccoli ma gioiosi, di colore giallo acceso anch’essi apparentemente fragili, ma sono invece molto persistenti e resistenti.

Ecco questo è ciò che esce dal libro di Graziella De Nardi. Al pari del corniolo, Graziella è una donna caparbia, tenace, determinata, è “una di noi”, nata a pochi chilometri da qui, cresciuta in un mondo come quello degli anni ’60-70 ancora pieno di pregiudizi.
Non poteva quindi esserci sintesi migliore.
Il titolo del libro Parco di Sigurtà è stato scelto perché ricorda momenti felici della sua vita. Giova precisare che questo parco, per chi non lo conoscesse, è stato premiato nel 2015 come secondo parco più bello d’Europa. Il parco è pieno di rose, tulipani, di piante di diverse specie e di specchi d’acqua lacustri coperti di fiori di loto. Graziella, quando si era recata a visitarlo, aveva camminato a piedi nudi sul prato. Oggi ricorda di quel cammino una sensazione di impagabile benessere, quella sensazione che si ricava quando si entra in simbiosi con la natura.

Passando ai contenuti dell’opera presentata questa sera, la prima considerazione che mi sento di fare è che aver scritto un libro sulla propria vita è stato un atto di grande coraggio da parte di Graziella. È un’autobiografia e un’autobiografia non è solo la cronistoria di eventi che riguardano il passato di una persona. Si va oltre: è una operazione di verità sul proprio essere; esce il carattere dell’autore, il proprio credo, i propri valori.
Graziella ha aperto senza timore le porte sulla sua vita, una vita che è stata intensamente vissuta e continuerà a esserlo, una vita mai banale, ricca di esperienze, una vita che le ha riservato anche molte insidie, che lei ha saputo affrontare e superare con una energia e una forza non certo comune.

Il coraggio lo si trova nel processo di emancipazione che ha intrapreso da giovane quando pregiudizi della gente ne limitavano la libertà. Uscire dalla fabbrica dopo 8 ore di duro lavoro e voler entrare in un bar per dissetarsi con un’aranciata era visto male perché il bar era frequentato da uomini. Oggi vien da sorridere, in certi locali circola ben altro, ma in quel tempo le ragazze dovevano fare i conti con un mondo chiuso e si dovevano adeguare.

Graziella ha invece lottato e ha saputo emanciparsi anche se ha dovuto pagare un caro prezzo per questo. Emanciparsi significava cercare un lavoro per rendersi indipendenti e andare anche all’estero per procurarsi un reddito di cui vivere. Questo è accaduto a lei, come a molte persone della sua e mia generazione, uomini o donne che hanno iniziato a lavorare fin da adolescenti.
In quel tempo c’era la certezza che i nostri sforzi sarebbero stati poi ripagati. Graziella è arrivata così a svolgere la professione per la quale fin da piccola aveva mostrato una predisposizione. Ora ha un negozio suo, una clientela affezionata, ma per arrivare a questo risultato si è impegnata a fondo, ha dovuto superare molte difficoltà, applicarsi partecipando a corsi di perfezionamento, un percorso lungo e un lavoro che non ha mai abbandonato neanche durante la malattia.

Dicevo del coraggio. Ci vuole coraggio anche a parlare della propria esperienza nella malattia. Ci vuole coraggio nel richiamare alla mente il proprio dolore. Graziella non si è piegata alla sofferenza, ha reagito con forza e ha trovato nei valori profondi della sua esistenza le ragioni per continuare a essere felice. Nel momento del bisogno la famiglia c’era e ha fatto tutto il possibile per prestarle l’aiuto che era necessario. È stato sicuramente un impegno gravoso, portato a termine senza che mai venisse a mancare la speranza. E poi ci sono stati gli amici, di cui ne parla con orgoglio e affetto, che nel momento del bisogno si sono fatti trovare, dando prova di come deve essere una vera amicizia.

Ci sono anche i medici, verso i quali Graziella ha sempre avuto una grande considerazione e totale fiducia. Nutre verso di loro un profondo e sincero affetto. Ne è riconoscente al punto che nel libro scrive che “la sua salvezza la deve innanzitutto a loro.” Cita i suoi medici curanti per nome, a ciascuna infermiera ha dato il nome di un fiore, e ringrazia Dio per aver dotato l’uomo l’intelligenza perché viene usata, non sempre purtroppo, per progredire e aiutare il prossimo.
Graziella si è recata diverse volte in pellegrinaggio a Lourdes e a Medjugorje, dove ha trovato conforto e forza per continuare. C’è stata anche come crocerossina, mettendosi al servizio degli altri. Mi ha colpito molto quando scrive la “mia Madonna”, anche se in un passaggio del libro usa la locuzione “Madre mia e di noi tutti”.

Dunque, la mia Madonna. Ciò palesa la dimensione della sua fede, la sua devozione di credente, il rapporto intimo che ha costruito con la religione lungo un percorso interiore, che le è servito a comprendere il senso della vita. Continuo con alcune notazioni di carattere letterario. Scrivere non è facile: chi lo fa, lo sa bene. Graziella è riuscita però in questa impresa. Il suo stile narrativo è scorrevole, l’uso dei vocaboli appropriato, il linguaggio è diretto, chiaro, non ci sono giri di parole.

Graziella con il suo modo essenziale di esprimersi è riuscita a non cadere nella trappola della retorica, in cui è facile essere trascinati quando si parla di certe vicende. Devo dire: brava!
Alcune scelte lessicali mi hanno particolarmente colpito. Sembrano sfumature, dettagli, ma sono la cartina di tornasole che il libro di Graziella è un libro “vissuto e pensato”, fin nei minimi particolati.

Ad esempio la data del suo matrimonio è riportata in lettere con l’iniziale maiuscola per marcare un anno fondamentale per lei, un anno in cui c’è stata una svolta nella sua esistenza.
Graziella scrive che, come lavoro, Vittorino, suo marito, fa il contadino. Nel tempo il termine contadino aveva assunto una connotazione negativa: era diventato sinonimo di rozzo, ignorante, un mestiere svolto da una classe inferiore: per questo si tendeva a usare al suo posto il termine agricoltore.

Per fortuna al termine contadino è stato data di recente la dignità che merita. Per Graziella l’uso di questa parola significa un ritorno alle nostre radici ed è una forma di rispetto verso le generazioni che ci hanno preceduto.
È dalla terra infatti che viene la nostra gente ed è dalla terra che si ricava ciò che mette ogni giorno in tavola per pranzo o cena. Vittorino mi ha fatto notare, e qui non posso che essere d’accordo con lui, che il mestiere di contadino non è per nulla semplice, è figlio di una sapienza antica, con competenze che sono state affinate nei secoli. Lui ne è giustamente orgoglioso.

Mi avvio verso le conclusioni. La vita di Graziella è stata una vita in salita, di sacrificio, ma anche di risultati, di soddisfazioni; ora svolge una professione gratificante, ha una bella famiglia, un tenore di vita più che decoroso. Una vita che ha avuto uno scopo e vien da pensare ai giovani che oggi purtroppo sono disorientati sul proprio futuro.
La sintesi migliore è riportata nella prefazione curata dalla figlia Chiara. Un libro semplicemente vero dice Chiara. Semplicemente vero perché riporta la storia di una persona autentica e la forma narrativa è come dicevo, semplice, il che non vuol dire elementare, ma rappresenta un grande valore per uno scrittore, che è quello di farsi capire.

Graziella scrive queste parole nell’ultima pagina di copertina:
Dalla vita ho avuto tanto e non me ne sono mai accorta.
Una cosa è certa, ho la felicità dentro, quella felicità che non si può spiegare perché ognuno la vive nel proprio intimo.
Si dice che la felicità si trova nelle piccole cose, ma secondo me non esistono le grandi cose. Un fiore ti sembra piccolo? Un filo d’erba di sembra piccolo? Una formica ti sembra piccola?
Cosa succede quando mi sento felice? Vivo in accordo con ciò che mi succede. La felicità è l’armonia tra me e il mondo.
Graziella De Nardi ha scritto un libro quindi che induce a riflettere, una riflessione ampia e profonda sui valori della vita e delle cose, un insegnamento direi, trasmesso a volte sottovoce, ma non per questo poco incisivo.

Un invito ad amare la vita sotto la lente delle piccole cose. A non correre alla ricerca di traguardi e di ambizioni sfrenate per cose che non si potranno mai avere e che sono spesso fonte di frustrazioni.
Un invito a non abbandonare mai la strada verso la ricerca di una armonia con le cose e con le persone.

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